Psicoterapia Multimediale, quando la tecnologia cura la mente

Nell’era della tecnologia avanzata, sempre più spesso applicata anche alla medicina, si è sviluppata una nuova metodica psicoterapica in grado aiutare alcuni pazienti nell’elaborazione del lutto per la perdita di una persona cara. Stiamo parlando della Psicoterapia Multimediale, messa a punto dallo psichiatra Domenico Arturo Nesci nel corso della sua intensa esperienza professionale, descritta in un manuale pratico appena pubblicato dalla Jason Aronson, la principale casa editrice di psicoterapia negli Stati Uniti. Ma di cosa si tratta nel dettaglio? Ed in quali casi può essere utile? Ne abbiamo parlato con lo stesso ideatore, il prof. Nesci, psicoanalista e ricercatore dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

“La psicoterapia multimediale nasce come strumento pratico e rapido per affrontare il lutto oncologico grave e si avvale di strumenti tecnologici per elaborare un particolare ‘oggetto della memoria’, un video comprensivo di immagini e suoni scelti dal paziente, ma montati da una persona terza, un artista che non conosce gli individui coinvolti. Il tutto viene elaborato in varie sedute psicoterapiche”.

Come nasce questo lavoro?

“Da anni mi occupo di Psico-Oncologia, dal 1993 in particolare la insegno nei Corsi della Cattolica, al Policlinico Gemelli, e nel tempo ho potuto osservare clinicamente come l’elaborazione del lutto possa essere particolarmente complessa in alcune persone, soprattutto in chi si è occupato del malato di tumore, dalla diagnosi al decesso, attraverso lunghi periodi di cure traumatiche. La perdita della persona cara è spesso difficile da superare, ma nei caregivers questo evento ha una doppia valenza: non solo la privazione di un affetto, ma anche di un impegno quotidiano costante e totalmente coinvolgente. Ecco allora che in taluni casi il lutto diventa patologico: crea un blocco ‘evolutivo’, non permette all’individuo di accettare il nuovo stato di cose, di superare il dolore e continuare a vivere la quotidianità, si sviluppano sintomi depressivi e la mancata elaborazione del lutto diventa invalidante. Clinicamente si parla di ‘Lutto Prolungato’ (Prolonged Grief Disorder) ed è su questi casi che può essere applicata con successo la psicoterapia multimediale”.

In cosa consiste, ci descriva le varie fasi…

“L’obiettivo è quello di accompagnare il paziente nell’elaborazione della perdita attraverso la ricerca di immagini e suoni che creino un nuovo oggetto della memoria capace di stimolare emozioni bloccate. Si inizia con un incontro in cui lo psicoterapeuta propone il percorso al paziente. In caso di accettazione questi viene invitato a cercare, raccogliere e consegnare delle fotografie (circa 40) del defunto nelle varie fasi della sua vita: dall’infanzia all’adolescenza, da adulto, con i figli, eccetera. Già questo stadio, se il paziente accetta di proseguire, comporta una riattivazione della persona, che altrimenti non ci sarebbe: si tratta di parlare con i parenti, recarsi in luoghi più o meno vicini per farsi consegnare le foto da vecchi amici e conoscenti … in qualche modo è già una cura pratica che in più stimola ricordi ed emozioni che la psiche, sopraffatta dal dolore, tendeva a tenere sopite (la non accettazione). Queste immagini vengono poi commentate in seduta con lo psicoterapeuta che aiuta a rielaborare memorie e sentimenti. Viene quindi scelta una colonna sonora significativa (che provoca gli stessi input). Il materiale a questo punto si consegna ad un esperto per un montaggio psicodinamico ed infine viene visionato insieme e consegnato al paziente”.

Esiste un punto di forza particolare in questo programma di lavoro?

“La forza comunicativa delle immagini e della musica che costituiscono un linguaggio universale. Tutto è tanto semplice quanto efficace, purché sia nelle mani di professionisti preparati. Un punto cruciale è quello della persona a cui viene affidato il lavoro del montaggio del materiale. Non si tratta di un tecnico che assembla le foto in un ordine prestabilito, temporale o meno, ma di un vero e proprio artista, che sappia cogliere in ogni singola foto un particolare aspetto e la elabori in tal senso anche se il montaggio che ne risulta non è in ordine strettamente cronologico. Il montatore psicodinamico in questione non conosce le persone in terapia e nulla sa di loro, non si incontrano, non si parlano, non ha condizionamenti di sorta. In pratica grazie al suo animo sensibile, l’artista, in qualche modo, riesce a percepire una sorta di transfert originato dal paziente (attraverso le foto e la musica selezionate) per poi ritrasmetterglielo, rielaborato, in una nuova edizione/interpretazione artistica, riparativa, con il video.

Una persona esterna alla terapia e alla vita dell’individuo in lutto riesce dunque a creare un nuovo ricordo, un nuovo oggetto della memoria tale da stimolare forti emozioni atte a sbloccare la situazione con l’aiuto dello psicoterapeuta. Il video viene infatti visto e commentato in seduta e poi consegnato al paziente in dvd o ‘postato’ su un sito internet specifico (a cui si accede con password) gestito da una associazione no profit (The International Institute for Psychoanalytic Research and Training of Health Professionals – IIPRTHP) che ho fondato nel 1999 proprio per dare un respiro psicodinamico internazionale alla Psicoterapia ed alla Psico-Oncologia dell’Università Cattolica”.

Ha pubblicato degli studi clinici al riguardo? Quale la risposta da parte della comunità internazionale, dei colleghi italiani a questa innovazione?

“Ho pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica americana il primo caso (nel 2009). Questo ha subito suscitato una grande attenzione negli Stati Uniti, dove ho anche lungamente lavorato, a partire dal 1986, insegnando sia a Stanford che a UCLA. Si è arrivati così al contatto con la famosa casa editrice ed alla recente pubblicazione del libro: Multimedia Psychotherapy: A Psychodynamic Approach for Mourning in the Technological Age. È un vero e proprio manuale, con la descrizione pratica di circa 20 casi clinici di cui mi stavo occupando, nel frattempo. Ho dovuto fare una scelta: la sperimentazione di molti anni in silenzio o l’immediata pubblicazione dei dati preliminari attraverso un testo didattico, accessibile a tutti.

Mi sono consultato con i tanti colleghi e collaboratori con i quali condivido questa ed altre esperienze professionali, sia alla Cattolica che nella Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istituzionale (che dal 2002 ho creato e convenzionato col Gemelli per avere un numeroso gruppo di psicologi tirocinanti che mi aiutassero nell’Area della Psico-Oncologia del Servizio di Consultazione Psichiatrica del policlinico universitario, di cui è Responsabile il Prof. Pietro Bria) ed abbiamo deciso di offrire subito alla comunità scientifica internazionale (per questo ho scritto il libro direttamente in inglese) la possibilità di utilizzare la nuova tecnica affinché ne potessero beneficiare il maggior numero di pazienti.

Al contempo stiamo avviando un progetto di ricerca su pazienti affetti da lutto prolungato (pazienti cioè che soffrono in modo grave anche dopo i sei mesi in cui normalmente si dovrebbe superare il lutto): metteremo a confronto un gruppo in terapia tradizionale con uno sottoposto a psicoterapia multimediale. La scala di valutazione del lutto prolungato è stata creata ad Harvard, e tra poco ne pubblicherò con i suoi autori l’edizione italiana (tradotta da me), in modo da richiamare l’attenzione di tutti, anche in Italia, sulle problematiche dell’elaborazione del lutto”.

Quale efficacia ed i tempi della psicoterapia multimediale finora da lei riscontrati rispetto ai trattamenti standard?

“Diciamo intanto che la psicoterapia multimediale non si usa sempre e comunque su tutti i pazienti. Per questo la prima fase è quella della spiegazione e dell’accettazione del percorso. Una rielaborazione emotiva di questo tipo ha un impatto molto forte e non tutti sono disposti ad accettarlo o lo riescono a sopportare. Il terapeuta deve effettuare uno screening attento al riguardo o si rischia di peggiorare la situazione emotiva dell’individuo oltre che il mancato raggiungimento dell’obiettivo. Ma questo vale per tutte le forme di psicoterapia. A questo proposito teniamo presente un dato che viene spesso sottovalutato: il 95% delle persone che si rivolgono ad un ambulatorio psichiatrico, anche se potrebbero apparire bisognose (o desiderose) di psicoterapia, non sono invece spesso assolutamente in grado di affrontare questo tipo di percorso di cura, da un punto di vista emotivo.

Premesso questo, c’è da dire che i tempi della psicoterapia multimediale, per l’esperienza avuta finora, sono abbastanza ridotti rispetto alle metodiche tradizionali: qualche mese, dalle 5 alle 10 sedute. Dipende dai singoli casi. Certo è che la moderna tecnologia aiuta l’immediatezza. Faccio l’esempio del 7° caso che ho seguito: una signora di 80 anni che aveva perso il marito per un tumore ai polmoni. In terapia si è cercato un ricordo, una musica, una canzone che potesse rappresentare la colonna sonora della loro vita insieme ed è emerso il titolo di un successo di Claudio Villa. Oggi grazie alla tecnologia, al pc e alla connessione in internet, basta un clic per riprodurre quei suoni e quelle parole nella stanza della psicoterapia e rievocare ricordi, associazioni, emozioni che possono essere preziose per sbloccare un lutto congelato (chiaramente sotto la guida dello psicoterapeuta esperto ed in un paziente pronto a viverlo)”.

Questo metodo è da considerare alternativo o complementare alla psicoterapia tradizionale? Ed è applicabile solo ai casi di lutto prolungato?

“La psicoterapia multimediale è semplicemente un mezzo ulteriore che abbiamo a disposizione, da utilizzare in casi selezionati. In più: tale tecnica è nata in un setting e con un approccio psicodinamico, ma ciò non toglie che può essere usata anche da psicoterapeuti di impostazione diversa (fenomenologica, cognitivista, sistemico relazionale ecc.). È cioè una nuova tecnica che può integrarsi in qualunque forma di cura psicologica. Abbiamo avviato inoltre nuovi progetti di ricerca: la creazione di oggetti della memoria futura (sempre con l’ausilio multimediale di immagini e musica) per la loro fruizione da parte di bambini ancora non nati. Per semplificare: un video racconterà cosa facevano mamma e papà quando loro non c’erano, durante la gravidanza e nel primo periodo di vita. L’obiettivo è quello di comprendere se tale elaborazione potrà essere utile nell’io adulto ed in difficoltà, o semplicemente nello sviluppo emotivo dall’infanzia all’adolescenza, ma siamo certi che anche i genitori ne potranno trarre giovamento. Vedremo come, anche se ci vorranno chiaramente tantissimi anni per avere i risultati.

Più a breve termine invece ci aspettiamo gli esiti di un altro studio che ho concepito e che riguarda i malati di Alzheimer ed i loro familiari. In qualche modo la perdita della memoria è un lutto, fortemente sentito anche dalle persone vicine al paziente che soffrono profondamente la patologia pur vivendola solo di riflesso. Ed equivalente ad un lutto è per un figlio non essere più riconosciuto dal proprio genitore. La psicoterapia multimediale ha quindi in questi casi una doppia valenza: servirà come esercizio di memoria nella prima fase della malattia per il paziente (nella speranza di rafforzare le loro tracce mnestiche dei figli e dei familiari) e darà vita ad un nuovo oggetto della memoria per i caregivers, nelle fasi più difficili”.

La psiche umana è in continua evoluzione ed i cosiddetti ‘nativi digitali’ ne sono l’esempio evidente: tutto per loro è rapido, intenso. Basta un input per creare una reazione psico-emotiva determinante. Forse questa tecnica psicoterapica ha già, più o meno consapevolmente, tracciato le basi per la psicoterapia del futuro. Per maggiori approfondimenti è possibile visitare i seguenti siti internet:

per il libro:

www.rowman.com

per i corsi di psico-oncologia della Cattolica e la scuola di specializzazione SIPSI:

www.doppio-sogno.it

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