Piccoli geni? No, plusdotati

Bambini con elevato potenziale, che faticano a guadagnarsi un posto nella società. Eppure il loro talento (non sempre di natura scolastica) può diventare motivo di sviluppo del contesto socio-economico in cui vivono. La Rete Ulisse prova a dar voce alle centinaia di ragazzi plusdotati presenti in Italia. Se ne è parlato di recente all’Università Bocconi di Milano.

Una creatività che spesso disorienta. Un isolamento che a volte preoccupa. Una resa scolastica non sempre allineata alle aspettative. Sono alcune delle peculiarità dei cosiddetti gifted children, bambini dotati o meglio, plusdotati. Si tratta di ragazzi, in età prescolare o scolare, con elevate capacità cognitive o custodi di talenti in ambiti specifici, non sempre di natura accademica. Il loro alto potenziale genera spesso incomprensione da parte di scuola e famiglia. I genitori e gli educatori, nella maggior parte dei casi, non sono pronti ad accogliere questo genere di diversità che si manifesta con difficoltà emotive e relazionali. Eppure, solo in Italia, le persone con queste caratteristiche sono 8 su 100. La plusdotazione viene trattata, troppe volte, con cure a base di psicofarmaci che violano i protocolli ministeriali. L’alto potenziale dei ragazzi “gifted”, invece, non ha nulla a che vedere con depressione, ansia, disturbi mentali. È una diversa percezione della realtà, una singolare (e assolutamente personale) espressione delle proprie capacità, che per manifestarsi necessita di precise condizioni ambientali, sociali e culturali. Negli ultimi anni, il crescente interesse in quest’area dello sviluppo infantile ha dato vita a nuove pratiche educative, a programmi di ricerca specifici e a un numero sempre maggiore di associazioni di persone (psicologi, ricercatori, educatori, genitori, studenti) che si occupano a vario titolo di plusdotazione.

Tra i progetti più recenti c’è quello della rete interuniversitaria Ulisse. Un Network, nato all’interno del progetto “All different/All equal”, Tutti diversi/Tutti uguali, in grado di fornire nuovi strumenti per lo sviluppo del talento e della plusdotazione nel contesto italiano ed europeo. A sancire la nascita ufficiale della Rete, dopo un periodo di incubazione di 5 mesi, è stato il seminario internazionale sulla plusdotazione, che si è svolto nello scorso mese di febbraio n all’Università Bocconi di Milano. La presentazione pubblica, aperta a genitori, insegnanti e figure professionali che seguono lo sviluppo del bambino, è stata l’occasione per sottoscrivere e ratificare l’accordo tra i partner della Rete Ulisse, e per presentare il corso di formazione biennale sulla plusdotazione dedicato agli insegnanti e organizzato dall’Associazione italiana per lo sviluppo del talento e della plusdotazione, Aistap, con la supervisione dell’Università di Nijmegen, in Olanda. Ad Anna Maria Roncoroni, presidente Aistap e corrispondente italiana dell’European Council for high ability, abbiamo rivolto alcune domande.

Presidente, la Rete “Ulisse” nasce nell’ambito del progetto “All different/All equal”, Tutti diversi/Tutti uguali. Il titolo è emblematico perché riflette in qualche modo il tipo di approccio da adottare nei confronti delle persone plusdotate. È così?
Sì. Le qualità che accomunano i bambini e i ragazzi plusdotati sono identificabili nelle ottime potenzialità intellettive, artistiche, creative, di leadership, che in alcuni casi sfociano nell’eccellenza accademica di ambiti specifici. Per far sì che questi talenti si esprimano nella loro interezza è necessario rispettare l’individualità e la sensibilità di ciascuno. Le attività dedicate possono rappresentare una soluzione. Percorsi di studio ad personam e corsi extrascolastici sono spesso fondamentali. In questo modo i ragazzi riescono a svolgere le attività con maggiore intensità, vivono esperienze interiori e maturano, a poco a poco, la consapevolezza di essere persone “speciali”. Aiutare i plusdotati a sviluppare appieno il loro potenziale consente di raggiungere prima di tutto il benessere individuale e, in secondo luogo, quello della comunità. Non dimentichiamo che queste persone possono contribuire allo sviluppo sociale ed economico della realtà in cui vivono.

Che cos’è “Ulisse” e perché si è scelto di dargli un respiro internazionale?
Ulisse è un network che ha come obiettivo quello di valorizzare il capitale umano. Nato nel settembre 2010, e ratificato il 4 febbraio scorso, vuole essere un punto di riferimento, di riflessione e di condivisione nella realizzazione di progetti che, a diverso titolo, valorizzino le potenzialità di sviluppo dell’individuo e della società, con particolare attenzione a bambini e ragazzi di talento e/o plusdotati, in un’ottica di tutela e attenzione alle nuove generazioni. I Partner del progetto sono soggetti ed enti italiani (Aistap, Giulemanidaibambini, Mensa Italia) e stranieri (Cbo – Center for the study of giftedness – dell’università di Nijmegen, Olanda; università de la Laguna, Tenerife, Spagna; università di Munster, Germania) che, con diversa competenza, missione professionale o stato giuridico, nutrono un interesse specifico per la tematica. L’intento è di promuovere l’informazione e la formazione attraverso progetti, interventi e promozioni sul territorio italiano, in cui è più forte l’esigenza di sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica. Coinvolgere partner stranieri significa costruire un nuovo modello italiano sulla base degli esempi internazionali. L’Italia, fino ad ora, è rimasta indifferente alle indicazioni europee, contenute nella Risoluzione del 25 novembre 2003 del Consiglio dell’Unione Europea, che insistono sulla necessità di sviluppare il potenziale individuale e investire nel capitale umano. La Rete Ulisse vuole gettare le basi per lo sviluppo di una nuova coscienza che tuteli prima di tutto i ragazzi.

Quali sono gli obiettivi della Rete?
Il principio ispiratore del progetto è la piena realizzazione della libertà individuale (positiva o negativa che sia), così come descritta dallo studioso indiano di economia del benessere, Amartya Kumar Sen, premio nobel per l’economia nel 1998. Ulisse intende promuovere, da un lato, attività di ricerca e di intervento su specifici aspetti della plusdotazione – drop-out, disaffezione scolastica, underachievement, ecc. – e dall’altro, produrre materiale specifico dedicato agli insegnanti, ai genitori e alle figure professionali che seguono lo sviluppo dei ragazzi. Dobbiamo, se non cancellare, provare a ridurre notevolmente, le difficoltà che talvolta questi studenti incontrano nel loro percorso scolastico e di vita. Alcuni rischiano paradossalmente di uscire dal sistema accademico in quanto non riescono a ottenere risultati adeguati in funzione delle loro reali capacità.

Per parlare di plusdotazione è necessario fare una valutazione psicodiagnostica della persona, rivolgendosi a medici qualificati. Come si riconosce un ragazzo plusdotato?
Non esistono veri e propri tratti distintivi. La plusdotazione si può manifestare sotto forma di precocità rispetto all’età anagrafica, o al contrario, attraverso comportamenti oppositivi di irritabilità e ansia. Quando la persona plusdotata non si sente accettata per quella che è avanza richieste provocatorie, manifesta ritmi di apprendimento differenti dai propri coetanei, esprime curiosità e avanza domande esistenziali, valutate da un contesto famigliare e scolastico impreparato, come inopportune, se non addirittura preoccupanti. Uno dei modelli più utilizzati per descrivere il concetto di plusdotazione è quello elaborato nel 1985, in Olanda, dallo psicologo e pedagogista Franz Mönks. Secondo questo modello per parlare di plusdotazione è necessario considerare variabili interne ed esterne alla persona. Quelle interne sono: il possesso di abilità superiori alla norma; una forte motivazione nello svolgere attività, anche complesse, di proprio interesse, manifestando buone capacità di pianificazione e anticipazione; una certa dose di creatività. Avere talento significa anche essere in grado non solo di riprodurre con esattezza ciò che qualcun altro ha già fatto, per quanto complicato possa essere, ma anche saper creare qualcosa di assolutamente nuovo e unico, almeno in una certa misura. Quando queste tre variabili sono opportunamente combinate, si può parlare di plusdotazione. Tuttavia per favorire, anziché ostacolare, lo sviluppo individuale, risultano indispensabili anche le variabili esterne. Mönks ne ha individuate tre: la famiglia, i coetanei, la scuola. La famiglia influenza, almeno in parte, le scelte e i comportamenti del bambino, ecco perché è importante che i genitori siano informati sulla plusdotazione e assecondino il potenziale del figlio. I coetani, gli amici, dei ragazzi plusdotati tendono spesso a emarginare le diversità. Risulta perciò indispensabile lavorare su stereotipi e pregiudizi attraverso il dialogo e la formazione. Infine la scuola, che dovrebbe essere attenta alle esigenze del singolo.

E invece cosa accade nella nostra scuola? Il sistema accademico italiano è pronto a offrire percorsi di studio ad personam?
Purtroppo no. La scuola non è in grado di modificarsi e adattarsi alle esigenze di apprendimento degli alunni. Sa proporre solo “pacchetti formativi” uguali per tutti. L’appiattimento didattico diventa spesso motivo di penalizzazione. In generale la scuola italiana premia maggiormente la capacità degli allievi di uniformarsi a schemi logici, presentati durante le attività di insegnamento/apprendimento, piuttosto che stimolare la ricerca attiva e la sperimentazione di soluzioni originali e divergenti. In questo modo è più difficile per gli studenti plusdotati, non solo emergere, ma anche accelerare il ritmo del proprio apprendimento.

In materia di plusdotazione, dunque, il nostro Paese viaggia a una velocità diversa rispetto al resto dell’Europa e del mondo. Penso al caso dell’australiano Terence Tao, definito il Mozart della matematica. Un ragazzo, ora 35enne, pluripremiato, che all’età di nove anni, nel suo Paese, è riuscito a seguire corsi universitari di matematica. In Italia sarebbe impensabile.
La scuola, così come è strutturata da noi, non permette di accelerare i percorsi di studio, di uno o più anni, quando è necessario. I nostri studenti, in questo senso, sono penalizzati rispetto ai colleghi di altri Paesi. In questi ultimi venti anni, all’insegnante è stato chiesto di focalizzare l’attenzione sulle difficoltà di apprendimento, elevandole a un livello accettabile rispetto al resto della classe. Questa fase storica dovrebbe oggi essere integrata dalla possibilità di destinare risorse anche ai bambini che hanno una plusdotazione e che necessitano di particolari attenzioni e attività dedicate.

Quello che si chiede alle Istituzioni ed alla società è solo un po’ di attenzione. Ma in molti casi la plusdotazione è considerata una vera e propria malattia da curare con gli psicofarmaci. È così?
Sì. I bambini e i ragazzi di talento sono posti di fronte a differenti rischi. Primo fra tutti quello di non vedere riconosciute le proprie abilità, con conseguente scarso apprezzamento e accettazione di sé. Da questo scaturiscono spesso comportamenti oppositivi, di irritabilità e ansia che possono essere erroneamente classificati come sintomi di iperattività, troppo frequentemente affrontati con visite psichiatriche e trattate con psicofarmaci. In altre parole, i comportamenti di questi bambini possono essere mal interpretati e la possibilità che essi vengano medicalizzati è concreta. In questa direzione, la Rete Ulisse non esclude la sperimentazione di metodi e farmaci biologico-naturali (comunemente conosciuti come “Medicine non convenzionali”), qualora di efficacia scientificamente comprovata, al fine di supportare le strategie di gestione dei bambini plusdotati, migliorando il loro benessere e facilitando così il loro inserimento sociale

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