Asocialità: una malattia?

Se cerchiamo sul vocabolario il termine “asocialità” troviamo le seguenti definizioni: “insensibilità nei confronti delle esigenze e degli obblighi sociali; asociale è colui che si dimostra privo di coscienza sociale, non adatto alla vita sociale: carattere, individuo asociale.” Estendendo il termine si arriva anche a definire come asociale anche una persona molto introversa. Ma questo distacco dal mondo,può essere considerato una patologia di per se stesso? Oppure ne è sintomo, se non addirittura una causa? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Maria Barbarisi, psicologa e psicoterapeuta.

“Decisamente l’asocialità non può essere considerata una patologia. Ma è importante distinguerla per questo dalla fobia sociale, che invece è una malattia vera e propria che ha radici nell’infanzia e si sviluppa, sintomatologicamente parlando, già nell’adolescenza. Va considerata come un disturbo d’ansia portato all’eccesso. Il ragazzo/a, poi adulto, non ha intenzione di isolarsi dal mondo e dalle persone che lo circondano, ma non riesce a fare altrimenti.

Al contrario l’asocialità è un atteggiamento, un comportamento frutto di una scelta: in genere le persone asociali, sono (a differenza di chi soffre di fobia sociale) piuttosto forti emotivamente. Il loro è un isolamento voluto e conscio. Spesso dovuto al fatto che ci si sente superiori al resto del mondo. Dunque assolutamente nulla di grave o preoccupante: è, come si dice abitualmente, una questione di carattere”.

Quali i sintomi della fobia sociale da non trascurare? E cosa può comportare?

“I sintomi iniziali visibili già nel bambino/ adolescente, sono quelli di chiusura in se stessi, introversione, difficoltà a parlare in pubblico. Spesso i ragazzi in queste condizioni, per fare un esempio semplice, pur avendo studiato la lezione, finiscono col fare scena muta ad un’interrogazione. Si sentono insicuri, inadeguati, giudicati da 1000 occhi, e cominciano ad avere sintomi fisici: sudano le mani, si diventa rossi sulle guance, vampate di calore, apnea, groppo in gola, voce che non esce. E’ importante intervenire preventivamente, anche con una psicoterapia (la migliore in questo caso è la cognitivo – relazionale) altrimenti in percorso è sempre più di chiusura in se stesso e si arriverà ad un adulto incapace di uscire di casa. In tal senso la fobia sociale può diventare anche causa di una profonda depressione, perché il paziente vorrebbe aprirsi al mondo e non ci riesce e si ritrova solo. Laddove si fa una buona terapia si può anche guarire, come per la maggior parte dei disturbi d’ansia o più specificatamente che hanno origine da una carenza affettiva. Bisogna dirlo. Purtroppo siamo noi genitori a creare spesso tali situazioni, con continue critiche al bambino nel tentativo di stimolarlo al meglio, senza mai gratificarlo abbastanza in caso di successo, troppe volte, pretendiamo il massimo.“

E l’asocialità può essere la causa o il sintomo di depressione? Magari una persona che ha sempre socializzato, improvvisamente si chiude in se stessa ….

“E’ molto difficile che da questa condizione si arrivi ad una depressione. Come dicevo, l’asocialità è una scelta di vita, che può esserci da sempre in quanto caratteriale, o può sopraggiungere in un particolare momento della vita, ma è pur sempre una scelta. Spesso è una grande delusione nei rapporti sociali (amicizia, lavoro, amore) che arriva a far chiudere l’individuo in se stesso. Ma in ambedue i casi “l’asociale” in quanto tale, è sempre un individuo dalle grandi potenzialità e quindi tenderà sempre a stare bene, raramente ci potranno essere riscontri negativi o stati depressivi“.

Siamo nell’epoca dei social network eppure la socializzazione globale sembra essere quanto mai superficiale. Dobbiamo preoccuparci per i nostri ragazzi? Che non siano più in grado di creare contatti diretti?

“Sarei cauta in questo. I nostri giovani hanno alle spalle un’esperienza socioculturale ben diversa da noi. Sono abituati a frequentare sin da piccoli diversi gruppi: quello della scuola, della piscina, del catechismo, dei figli degli amici, dei cuginetti, tutto in tempi stretti. Sono quindi avvezzi a socializzare (fatti salvi alcuni casi particolari come quelli della fobia sociale). Quello che usano nei social network, ma anche tra di loro, è semplicemente un linguaggio più rapido e diretto, che è loro, personale. Del resto la loro vita è più veloce ed intensa di quanto fosse la nostra da bambini. Non è così?“

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