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Anno VIII - Edizione 5 - maggio 2012
 

Infezioni ospedaliere: rischio maggiore nel paziente oncologico

Cinzia Iannaccio
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Le infezioni ospedaliere negli ultimi decenni sono diventate un’emergenza sanitaria internazionale, non solo per l’alta diffusione, ma anche per le caratteristiche degli agenti patogeni, essenzialmente batteri che hanno sviluppato una resistenza ai comuni antibiotici, quindi andando ad incidere anche sul tasso di mortalità: in Europa si assiste ogni anno in media a 25.000 casi di decessi causate da batteri antibiotico-resistenti. Qualcosa si può e si deve fare anche e soprattutto per alcune terapie di pazienti, come quelli oncologici che per vari motivi sono più soggetti ad infezioni e più difficili da trattare con i comuni protocolli terapeutici. Ce ne spiega i motivi e le possibili soluzioni il Dott. Luigi Toma, infettivologo presso l’ Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e l’Istituto San Gallicano di Roma, che di recente ha organizzato al riguardo anche la prima Conference On nosocomial infections and cancer, riunendo esperti di fama internazionale per dibattere sul tema.

"Quando parliamo di infezioni ospedaliere di fatto ci riferiamo ad una vasta casistica di luoghi e situazioni. Non a caso per indicare questa che a tutti gli effetti può essere definita una patologia a se stante si usa un termine più appropriato: "infezioni correlate all’assistenza" (ICA), intendendo estendere il rischio di contrarre l’infezione anche in tutte le strutture diverse dagli ospedali, come i centri di riabilitazione, le Rsa, gli ambulatori territoriali ecc. Delle linee guida sono state tracciate da almeno 20 anni e prevedono essenzialmente un sistema di sorveglianza specifico in ogni struttura, ed un infettivologo dedicato che individui una precisa linea terapeutica per ogni paziente. Purtroppo però queste prassi obbligatorie sono spesso disattese ed il rischio ed i costi sanitari per queste infezioni aumentano.

Un discorso a parte va fatto per ciò che riguarda le persone colpite da tumore, che vengono ricoverate, sottoposte ad interventi chirurgici e spesso a trattamenti farmacologici che abbassano le loro difese immunitarie. A tutto questo va aggiunta l’immunosoppressione secondaria dovuta alla malattia oncologica e il fatto che si tratta spesso di persone anziane e dunque già di per se più sensibili ad infezioni e/o affette contemporaneamente da più patologie. I normali protocolli per ciò che riguarda le cure antibiotiche nella maggior parte dei casi non vanno bene, visto l’utilizzo di vari farmaci sia per il cancro che per la presenza di co-morbilità, ovvero la presenza di altre malattie nel paziente avanti con l’età, come il diabete o i problemi cardiovascolari".


Dunque che cosa si può fare?

"Non tutte le ICA possono essere evitate, ma un buon 30% sì ed occorre puntare sull’effettiva attuazione delle linee guida esistenti, organizzare una pratica di lavoro multidisciplinare che coinvolga tutti i medici interessati alla cura del paziente: infettivologo, microbiologo, oncologo, dermatologo, chirurgo, affinché la terapia preventiva e terapeutica sia quanto più possibile individuale, tempestiva ed appropriata. Nei nostri Istituti abbiamo già attivato tutta una serie di queste procedure e a breve ne seguiranno altre".


Ovvero?

"E’ importante partire da dati epidemiologici locali, che riguardano l’individuazione e l’analisi di particolari batteri non solo nei singoli ospedali, ma anche nei reparti. In ognuno, a seconda delle patologie trattate o dei pazienti accolti se ne possono diffondere di diversi e l’azione deve essere mirata a quello. E’ importante ad esempio fare delle analisi, anche un semplice tampone, a tutti i pazienti prima del ricovero, in modo da sapere se si è in presenza di un portatore di infezione ed eventualmente procedere con un ricovero in isolamento e con particolari accortezze, come un carrello per le medicazioni dedicato. Oppure nel caso di un paziente che risulta sano in entrata e con malattia infettiva alle dimissioni si ha l’evidenza clinica che il batterio colpevole è stato trasmesso nel periodo della degenza.

Rimane poi il fatto delle terapie. Il recupero in un malato di cancro, a casa è sicuramente più rapido, ma spesso in quanto immuno-depresso al momento della visita di controllo in ospedale o della chemioterapia, rientra nella struttura con un’infezione. Ebbene anche in questo caso, la realizzazione di ambulatori specifici è fondamentale. A giorni nei nostri Istituti verranno aperti nuovi spazi con queste indicazioni, grazie ai dirigenti che stanno facendo salti mortali per resistere ai problemi economici della sanità laziale e nazionale".


Le infezioni ospedaliere sono anche un costo economico enorme? Qualche cifra?

"Ogni anno in Italia tra le 500.000 e le 750.000 persone vengono colpite da ICA (Infezioni Correlate all’Assistenza). Tra questi, un numero di decessi che oscilla tra le 4.500 e le 7.500 vittime, più degli incidenti stradali. I giorni di ricovero aumentano notevolmente arrivando a sfiorare i 4 milioni in più. Un ricovero ordinario costa al servizio sanitario nazionale 7/800 euro al giorno, ma spesso questi pazienti necessitano di terapia intensiva e la cifra sale, anche a 2.000 euro. I costi stimati che si potrebbero risparmiare con una adeguata prevenzione si aggirano intorno ai 2 miliardi di euro l’anno".


Il rischio maggiore, come abbiamo detto, è quello dello sviluppo dell’antibiotico resistenza. Perché le strutture sanitarie sono particolarmente ricche di batteri con questa caratteristica?

"I motivi sono diversi: di sicuro per l’alta affluenza di persone e di pazienti, per la facilità di trasmissione attraverso contatto con mani non lavate o strumenti ed ambienti non adeguatamente sterili, ecc. Sono situazioni che favoriscono una proliferazione di microrganismi, che tendono a rafforzarsi attraverso l’errata somministrazione di antibiotici, ad esempio in ambito pre-operatorio o post operatorio, con quantità di farmaci troppo basse. Senza contare che l’antibiotico resistenza si sviluppa anche fuori. Occorre abolire il fai da te, soprattutto nei bambini, educare i pediatri ed i medici di base a non cedere alla cosiddetta "medicina difensiva" e a non concedere dunque troppo facilmente gli antibiotici, ma anche cominciare ad eliminare nell’alimentazione degli animali da allevamento determinati antibiotici, che così attraverso la catena alimentare finiscono nel nostro organismo in quantità minime ma tali da sviluppare batteri resistenti".

A questo proposito la FDA (Food and Drug Administration) statunitense ha appena ristretto l’uso delle cefalosporine per gli animali destinati alla macellazione. L’azione per combattere l’antibiotico-resistenza ed in particolare quella che si caratterizza nelle strutture sanitarie deve essere ad ampio spettro.


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