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Anno XII - Edizione 9 - dicembre 2016
 

Depressione: nuovi parametri per misurarla e curarla con più efficacia

Francesca Morelli
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La precisione sarà la regola, non solo in medicina con diagnosi e terapie sempre più mirate alla natura e risposta del problema, ma anche in psichiatria. Presto sarà possibile prescrivere a ogni paziente il farmaco giusto, ‘misurato’ su parametri genetici, biomarcatori specifici, tipologia e manifestazioni della depressone, sintomi e/o fattori di rischio ed esami di neuroimaging cerebrale, dunque più efficace in termine di risposta terapeutica. Sono alcune delle novità emerse dal convegno ‘Le depressioni’ (Milano, 11-12 Novembre), promosso dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP) che pone anche l’attenzione sulla necessità di un approccio condiviso alla malattia fra psichiatri, medici di medicina generale e istituzioni, con l’obiettivo di controvertire il trend in crescita dei disagi psichici ed evitare che le depressioni si confermino come seconda malattia, dopo i tumori, per impatto peggiore sulla qualità della vita.

33 milioni in Europa, 4 in Italia, di cui di 2 milioni e 700 mila casi fra le donne e 1 milione e 300 mila fra gli uomini: sono i numeri della depressione, destinata a diventare entro il 2030 - secondo le stime dell’OMS, Organizzazione mondiale della sanità - la seconda malattia più invalidante al mondo dopo le patologie cardiovascolari e la patologia cronica più frequente entro il 2050, con un costo totale pari a 800 miliardi di dollari. Impatti e costi elevati che, a detta degli esperti, sarebbe riconducibili nel 56% circa dei pazienti, anche a cure inadeguate. O attuate solo in 1 caso su 3 per timore di effetti collaterali o di dipendenza terapeutica, secondo una recente indagine condotta in Italia da Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, su un campione di mille individui. Rischi che si potranno limitare o evitare, grazie alla somministrazione fin dalle prime manifestazioni di malattia, del farmaco giusto. Il più efficace per ‘quel’ paziente e ‘quella’ malattia, misurandone cioè la natura e la risposta terapeutica con parametri sempre più scientifici e validati.

Si prospetta dunque, anche per l’approccio alla cura e trattamento della depressione o dei disagi psichici, una rivoluzione ‘di precisione’. Ovvero la malattia sarà presto individuata, valutata e soprattutto curata, in funzione di accurati parametri: dati genetici, biomarcatori specifici, tipologia di depressione, sintomi indicativi di una maggior probabilità di resistenza (scarsa risposta) terapeutica, esami di neuroimaging cerebrale. «Oggi la personalizzazione della terapia si attua sulla base di pochi parametri artigianali – ha dichiarato Claudio Mencacci, presidente della SIP e direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – non sempre frutto di linee guida o solide evidenze scientifiche, preferendo cure che non favoriscano l’accumulo di peso specie in pazienti sovrappeso o obesi, valutando il rapporto costo/beneficio o discutendo con il paziente i possibili vantaggi e svantaggi. Di fatto, non si utilizza un algoritmo preciso per la prescrizione di un farmaco e l’estrema variabilità delle terapie impiegate per la cura della depressione lo dimostra». Obiettivo cui invece punta la moderna psichiatria, utilizzando 5 parametri per la caratterizzazione ‘di precisone’ della malattia: ovvero il citocromo P450, un enzima che metabolizza i farmaci, caratterizzato analizzando il DNA, che può agire più o meno velocemente e incidere così sulla risposta alla terapia e i dosaggi necessari; i livelli ematici di un biomarcatore, la proteina C reattiva, che possono indicare una maggiore o minore efficacia di alcuni antidepressivi; la tipologia di depressione – melancolica, ansiosa, oppure atipica – e alcuni sintomi, come insonnia e riduzione delle energie, oppure la presenza di traumi, sindrome da stress post-traumatico o sintomi psicotici lievi, che indicano una maggior probabilità di resistenza alle cure e l’opportunità di un trattamento più ‘intensivo’ fin da subito. «Alcuni di questi parametri - continua Mencacci - dovranno essere valutati meglio, altri come le tecniche di neuroimaging cerebrale per “vedere” letteralmente la risposta del cervello agli antidepressivi sono allo studio, ma la strada è tracciata. E indica che, in futuro, sarà sempre più necessario e possibile disporre (e proporre al paziente) fin dall’inizio della terapia il farmaco con le maggiori probabilità di efficacia, in funzione anche delle informazioni fornite dalle farmacodinamica, riguardanti cioè la relazione fra principio attivo e recettore su cui agisce. Infatti non tutti i farmaci sono uguali o hanno il medesimo bersaglio di azione: alcuni ad esempio svolgono un ruolo positivo sulla cognitività, altri sul controllo dell’appetito e così via. Conoscere le caratteristiche di ciascun farmaco e la relativa risposta consentirà di scegliere per ogni paziente il principio attivo più adatto alla tipologia di malattia».

Serve però un lavoro di squadra nel quale, oltre allo psichiatra, siano coinvolte altre figure professionali, primo fra tutti il medico di medicina generale ma anche le istituzioni. Perché a oggi, in Italia, solo un terzo dei pazienti con depressione viene diagnosticato e curato efficacemente. «Il disagio psichico e/o la depressione – aggiunge Ovidio Brignoli, vicepresidente della SIMG, la Società Italiana di Medicina Generale – stanno diventando il primo motivo di ricorso al medico di famiglia, che spesso non ha l’esperienza o le armi adeguate ad affrontare il problema del proprio paziente. Dunque, oltre alle competenze cliniche, per impostare un trattamento adeguato ed efficace, servono anche disponibilità e tempo per l’ascolto e l’aiuto degli specialisti di riferimento presenti sul territorio, disponibili per colloqui con i pazienti ma anche con i medici di famiglia». Prendersi in carico e a cura un paziente con depressione, significa anche migliorare l’aderenza alla terapia, oggi invece ancora molto bassa, a causa dei timori di effetti collaterali o di dipendenza dalle cure: un atteggiamento che ha forti ricadute e implicazioni sul successo terapeutico e il benessere dei pazienti. «L’indagine che abbiamo condotto fra mille persone – commenta Francesca Merzagora, presidente di Onda – mostra che la depressione è seconda solo ai tumori per impatto sulla qualità di vita, il 70% dei pazienti finisce per isolarsi e il 30% soffre di disturbi della sfera cognitiva fra cui la difficoltà a prendere decisioni o la scarsa attenzione e concentrazione. Una diagnosi precoce e un trattamento adeguato e mirato sono perciò essenziali, specie per le donne in età fertile e in menopausa, due dei momenti del ciclo vita femminile più a rischio di depressione più a rischio, stante il fatto che la donna ha per sua natura una probabilità doppia di sviluppare la patologia».

A fianco dei professionisti, non devono mancare le istituzioni: «Anch’esse – conclude la vicepresidente del Consiglio regionale Sara Valmaggi – devono essere consapevoli e farsi carico di un fenomeno ampio, diffuso e complesso come quello delle depressioni. La normativa regionale in materia è stata modificata di recente, ora occorre fare in modo che alcuni principi siano rispettati e attuati. Ovvero per la diagnosi precoce è fondamentale il raccordo fra medici di famiglia e specialisti mentre per la presa in carico e la continuità della cura è necessaria l’integrazione fra interventi di carattere sociale e socio sanitario, senza tuttavia dimenticare che nessuna legge può essere efficace senza un diffuso lavoro culturale. La conoscenza è l'unico strumento che può abbattere paure e diffidenze». Perché la depressione e i disagi psichici sono una patologia curabile, non uno stigma come ancora invece vengono additati.


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