Elisa Di Battista
Di tumore al fegato muoiono, ogni anno, 1 milione di persone in Italia, mentre nel mondo soffrono di epatite cronica B e C circa 600 milioni di persone, e solitamente l’evoluzione dell’epatite cronica è proprio il cancro al fegato. La morte per tumore al fegato, inoltre, è la più diffusa al mondo, seconda solo a quella dovuta al fumo di sigaretta.
Una nuova scoperta del San Raffaele di Milano, in collaborazione con lo Scripps Research Institute di La Jolla in California, ha rivelato che basse dosi di aspirina e clopidogrel - due farmaci anti-piastrinici usati nell’uomo per il trattamento di disordini trombotici - possono prevenire l’insorgenza del tumore del fegato associato, appunto, a epatite virale cronica. Insomma, somministrando questi due farmaci in pazienti affetti da epatite cronica, si potrebbe impedire il tumore.
Per ora la ricerca è stata condotta solo in fase preclinica, con test sui topi, ma sarebbe molto importante e utile applicarla sul’uomo, considerato il numero di persone affette, nel mondo, da epatite B e C. Alla base di questa ricerca c’è la scoperta, relativa a qualche anno fa, che le piastrine (cellule del sangue) non sono coinvolte solamente in processi di emostasi e coagulazione, ma anche in processi patologici immunomediati, in cui, cioè, la risposta immune va ad attaccare un tessuto o un organo. Nel caso delle epatiti B e C i linfociti riconoscono le cellule infettate del fegato e le uccidono: nell’epatite acuta il virus viene completamente eliminato e il paziente, una volta guarito, rimane immune. Nell’epatite cronica, invece, i linfociti non eliminano mai il virus dal fegato ma causano continui cicli di blanda malattia epatica che negli anni portano a serie complicanze, tra cui il tumore al fegato. Il ruolo giocato dalle piastrine in questa circostanza è l’avviso ai linfociti che nel fegato qualcosa non va: le piastrine riconoscono il problema e aderiscono ai vasi del fegato. I linfociti, a loro volta, riconoscono le piastrine.
"Dopo aver scoperto che le piastrine partecipano attivamente ai processi di danneggiamento del fegato, facilitando l’accumulo di linfociti in quest’organo", spiega Luca Guidotti, responsabile dell’Unità di Immunopatologia del San Raffaele di Milano, "è stato immediato per noi pensare di usare farmaci antipiastrinici per osservare se inibissero questo processo di adesione dei linfociti nel fegato e quindi impedissero l’epatite cronica, e alla lunga il tumore".
Si è così dimostrato come la somministrazione orale di aspirina e clopidogrel a basse dosi riduca non solo l’accumulo di linfociti nel fegato e la conseguente patologia epatica ma anche, e soprattutto, l’insorgenza del carcinoma epatocellulare. I ricercatori, inoltre, hanno anche osservato come questa terapia antipiastrinica aumenti la sopravvivenza degli animali trattati senza provocare effetti indesiderati quali, ad esempio, fenomeni emorragici.
Insomma, questa ricerca non va a curare il virus, non si tratta di un approccio antivirale: "Il nostro scopo", prosegue Guidotti, "è aumentare il tempo di incubazione dell’epatite cronica: se attualmente sta tra i 30 e i 50 anni, allungandola a 80-100 anni vuol dire che i pazienti riescono a sopravvivere più a lungo e non decedere a causa del tumore". Ma non solo: l’uso di farmaci generici favorisce il contenimento dei costi e dovrebbe, secondo il responsabile dell’Unità di Immunopatologia, favorire potenzialmente ottimi risultati in modo rapido e anche in Paesi come Africa e Asia.
La prossima fase, ora, consiste nel testare questa scoperta sui pazienti, partendo da quelli affetti da epatite blanda, non avanzata. E tra loro, selezionando coloro che sono già resistenti agli antivirali in commercio e non hanno più a disposizione opzioni terapeutiche.