Mariateresa Marino
Due milioni e mezzo di italiani sono a rischio dipendenza da gioco d’azzardo, un’emergenza che coinvolge sempre più giovani e donne. I dati di una recente ricerca del Cnr di Pisa e l’esperienza della comunità terapeutica torinese "Lucignolo", pioniera nella riabilitazione dei giocatori d’azzardo.
Quattro italiani su dieci hanno giocato d’azzardo almeno una volta e circa due milioni e mezzo sono a rischio di dipendenza. Sono i dati allarmanti di una recente ricerca dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa, coordinata dall’epidemiologa Sabrina Molinaro. Il giocatore-tipo è maschio, giovane, con una bassa scolarità e abituato a far uso di tranquillanti, droghe leggere, alcol, fumo.
Nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni la percentuale di giocatori è del 56 per cento, del 54 per cento fra gli adulti. "Negli ultimi anni si è assistito ad un aumento preoccupante anche fra le donne - riferisce Sabrina Molinaro - tra i 25 e i 64 anni le donne rischiano di andare incontro ad un rapporto patologico con il gioco, preferendo le sale bingo, le lotterie e il gratta e vinci".
Ma la febbre del gioco non risparmia i ragazzi. Secondo i dati della ricerca del Cnr, poco più di un milione di studenti italiani delle scuole superiori ha giocato almeno una volta, e non solo al superenalotto ma soprattutto alle slot machine, ai videopoker e al gioco d’azzardo online. Un fenomeno, questo, largamente diffuso in particolare nelle regioni del Sud Italia (Campania, Calabria, Basilicata). La maggior parte degli studenti-giocatori (67,5 per cento) ha tuttavia un profilo di gioco "non a rischio", il 22 per cento presenta un profilo di rischio basso, mentre l’11 per cento è a rischio di dipendenza patologica.
"Il gioco, che per molte persone è solo un momento di piacere o divertimento, per altri può diventare una vera malattia - spiega il dottor Paolo Jarre, responsabile del Dipartimento Patologie delle dipendenze della Asl Torino3 e responsabile scientifico del progetto nazionale "Il gioco è una cosa seria", conclusosi di recente - una patologia peraltro correlata ad altri problemi psicologici, relazionali e sociali". Nel 1980 il gioco d’azzardo patologico (denominato con la sigla GAP) è stato inserito dall’APA (American Psychiatric Association) nel manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, assumendo così il valore di una vera patologia psichiatrica inserita nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi. "Si tratta di un disturbo cognitivo associato anche a problemi somatici, come forte condizione di stress, malattie cardiocircolatorie e disturbi a carico dell’apparato digerente", aggiunge il dottor Jarre.
Esiste una terapia efficace per eliminare la dipendenza?
"Il Gap è una patologia recidivante, dunque la tendenza alle ricadute è sempre molto alta - precisa Paolo Jarre - il lavoro dello psicoterapeuta è di tipo cognitivista e si svolge su vari livelli: aspetti relazionali, disturbi somatici, problemi legati ai debiti di gioco. La terapia, a seconda dei casi, si svolge con setting individuali o di gruppo e si avvale del sostegno farmacologico utile a contenere il disturbo compulsivo".
"Se la situazione è particolarmente grave - aggiunge il dottor Jarre - è previsto l’inserimento in comunità terapeutica, come avviene per le altre forme di dipendenza. Purtroppo in Italia sono ancora poche le comunità specializzate in questo tipo di riabilitazione. La dipendenza da gioco d’azzardo è una patologia seria ed in continuo aumento, necessita di servizi sanitari e sociali ad hoc e di presidi assistenziali capillari. Insomma, si è di fronte ad una nuova emergenza che va affrontata con strumenti, anche legislativi, specifici. Inutile dire che la prevenzione è il primo passo da fare con interventi educativi nelle scuole e divieto assoluto di pubblicità del gioco sui mass media".
In Piemonte la comunità residenziale "Lucignolo", una struttura pubblica del Dipartimento delle dipendenze della Asl Torino3, è stata pioniera nei programmi di intervento sulla patologia da gioco d’azzardo, oltre che sulle dipendenze da alcol e cocaina. Il progetto della comunità prevede interventi della durata complessiva di nove mesi.
"Moduli medio-brevi - specifica il dottor Jarre - in cui la residenzialità costituisce un passaggio che prepara al ‘dopo’, ossia al reinserimento esterno". Per quanto riguarda l’intervento riabilitativo sul GAP, il primo obiettivo è di demolire le convinzioni erronee del giocatore e dunque mettere in crisi le certezze relative ai meccanismi del gioco, attraverso il confronto con esperienze fallimentari. Raggiunti questi obiettivi sul piano cognitivo, si avvia la seconda fase, ovvero il controllo del sintomo compulsivo e la prevenzione della ricaduta, fino ad arrivare al reintegro vero e al reinserimento nella vita familiare, sociale e lavorativa.
"Fino ad oggi i trattamenti hanno avuto successo - conclude Paolo Jarre - soprattutto tra le donne che hanno dimostrato di avere maggiori risorse e motivazioni per uscire dalla dipendenza".