Iolanda Grappasonni (*)
Le malattie del sistema circolatorio rappresentano, nei paesi industrializzati, uno dei più importanti problemi di sanità pubblica e la principale causa di morte per la popolazione.
In Italia sono responsabili del 40% circa di tutti i decessi; in particolare, la prima causa di morte è rappresentata dalla cardiopatia ischemica, mentre gli accidenti cerebrovascolari si trovano al terzo posto, dopo i tumori. Le cause di morte vengono registrate in base alla Classificazione Internazionale delle Malattie (International Classification of Diseases: ICD), utilizzando la decima revisione del 2007. All’interno di tale classificazione, le malattie del sistema circolatorio sono inserite nel Settore IX “Malattie del sistema circolatorio” con codici I00-I99. In particolare, le cardiopatie ischemiche hanno codici I20-I25 (angina pectoris, infarto miocardico acuto, …) e le malattie cerebrovascolari hanno codice I60-I69 (infarto cerebrale, accidente cerebrovascolare, …) (International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems. 10th Revision Version for 2007. World Health Organization, Geneva, 2007).
Quale è la portata del fenomeno “malattie del sistema circolatorio” nel mondo? Nel 2005 le malattie cardiovascolari hanno rappresentato il 30% su un numero totale di 58 milioni di morti per tutte le cause. Si prevede che tra il 2006 e il 2015 le morti per malattie non contagiose (metà delle quali dovute e malattie cardiovascolari) aumenteranno del 17% (WHO: Prevention of Cardiovascular Disease. Guidelines for assessment and management of cardiovascular risk, 2007).

I paesi a basso e medio reddito risultano colpiti in maniera sproporzionata: l’82% delle morti si verifica, infatti, in tali paesi, senza sostanziali differenze nei due sessi. Per il 2030, sono previsti 23,6 milioni di persone che moriranno per malattie del sistema circolatorio, soprattutto per infarto e ictus cerebrale; il maggior incremento nel numero di morti si verificherà nella Regione Sud Est Asiatica. Tra i motivi di tale situazione si sottolinea che le popolazioni di tali paesi sono maggiormente esposte ai fattori di rischio, mentre sono meno “esposte” alla prevenzione rispetto alle persone che vivono nei paesi ad elevato reddito; inoltre tali popolazioni hanno meno accesso ai servizi medici (WHO, Fact sheet n° 317, 2009). In effetti, negli ultimi anni si sta assistendo alla riduzione dell’incidenza di tali patologie nei paesi a più alto sviluppo socioeconomico, mentre si osserva una stazionarietà o aumento nei paesi ad economia in fase di transizione. In questi ultimi, l’urbanizzazione, l’invecchiamento e i cambiamenti negli stili di vita contribuiscono all’aumento della morbosità e della mortalità, con una cambiamento (shift) nella distribuzione delle cause di morte che si sta esplicando nell’aumento di mortalità per malattie cronico-degenerative (Figura 1) (WHO, The World Health Report “Now More Than Ever”, 2008). Per quanto riguarda l’Europa, si osservano differenze nella mortalità con un gradiente Ovest-Est (i più alti tassi di mortalità si osservano nei paesi dell’est Europa).
Il progetto di mappatura EuroHeart (cofinanziato attraverso il programma di salute pubblica dell’UE) ha evidenziato che mentre le malattie cardiache rimangono la causa principale di morte in Europa, i tassi di mortalità stanno diminuendo nella maggior parte dei paesi. Sono state messe in evidenza notevoli differenze nei tassi di mortalità dei diversi paesi: Ungheria, Estonia, Slovacchia e Grecia hanno i tassi più alti di mortalità per malattie cardiache coronariche in ambedue i sessi al di sotto dei 65 di età. I tassi più bassi tra gli uomini al di sotto dei 65 anni sono stati riscontrati in Francia, Paesi Bassi, Italia e Norvegia, mentre tra le donne della stessa fascia di età, i tassi più bassi sono stati trovati in Islanda, Francia, Slovenia e Italia (Figura 2). Una curiosità: i tassi più alti di tabagismo sono stati trovati in Grecia (46%), Estonia (42%), Slovacchia (41%), Germania (37%) e Ungheria (37%) (Società europea di cardiologia, Progetto EuroHeart, 2009).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2002, ha stimato il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari dei vari paesi del mondo. La Figura 3 mostra la “top ten”, cioè la classifica dei primi 10 paesi nei quali il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari risulta più elevato: come si può osservare, i primi 10 paesi appartengono alla regione europea dell’OMS, in particolare alla zona est Europa.

In Italia, secondo quanto affermato nel Piano Sanitario Nazionale, le malattie cardiovascolari costituiscono uno dei più importanti problemi di sanità pubblica, e rappresentano la prima causa di morte e la principale causa di inabilità nella popolazione anziana. Ogni anno l’infarto del miocardio colpisce circa 200.000 persone, ma solo il 50% di esse arriva in ospedale; meno della metà in tempo. Tali dati vengono riportati nel Progetto MONICA (MONItoring of CArdiovascular diseases) dell’OMS, nato all’inizio degli anni ’80, che ha misurato, oltre a vari altri parametri, i tassi di attacco degli eventi coronarici e cerebrovascolari e la loro letalità. I dati emersi dal suddetto progetto indicano, per l’Italia, un tasso di incidenza standardizzato di 227,3 eventi ogni 100.000 uomini e di 97,9 eventi ogni 100.000 donne.
Per quanto riguarda la mortalità, come precedentemente detto, le malattie cardiovascolari risultano la prima causa di morte in Italia, essendo responsabili di 4 decessi su 10. Esaminando i dati ISTAT disponibili, riferiti al 2007, le malattie del sistema circolatorio sono state, in tale anno, responsabili di 224.577 morti, rappresentando il 40% circa di tutte le morti. In particolare, se analizziamo le differenze in base al sesso, i maschi risultano più colpiti delle femmine (tasso di mortalità standardizzato uguale a 41,11/10.000 per il sesso maschile e 28,86/10.000 per il sesso femminile), mentre, per quanto riguarda l’età, le fasce più colpite sono quella di 60-79 anni e quella di 80 anni e più. In altre parole, la mortalità aumenta con l’aumentare dell’età e i tassi più elevati si osservano a partire dalla fascia di età 60-79 anni.
Tale dato non è strano: la popolazione italiana, come le popolazioni appartenenti ai paesi maggiormente sviluppati, è caratterizzata da una mortalità “spostata” verso le fasce di età superiori, come indicato nella Figura 4.
Tale figura mostra come nei paesi a più elevata condizione socio-economica, la maggior parte delle morti si verificano in persone “over 70”, mentre nei paesi a basso reddito, la mortalità è più elevata nelle fasce di età più basse. Tutto ciò può essere spiegato nel fatto che nei paesi caratterizzati da un maggior livello socio-economico, più dei due terzi della popolazione vive oltre i 70 anni e muore per malattie di tipo cronico: malattie cardiovascolari, malattie respiratorie, diabete o demenza; nei paesi a medio livello socioeconomico, quasi la metà delle persone vivono fino a 70 anni e le malattie croniche rappresentano il “killer” principale, similmente ai paesi maggiormente sviluppati. Infine, nei paesi a basso reddito, meno di un quarto delle persone raggiungono l’età di 70 anni e circa un terzo di tutte le morti si verificano tra i bambini “under 14”; anche se le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte in tali paesi, le malattie infettive (AIDS, infezioni polmonari, tubercolosi, malattie diarroiche, malaria) nell’insieme contribuiscono ad una elevata mortalità (WHO, Fact Sheet n° 310, 2007).
Quanto sopra illustrato è anche conseguenza dei cambiamenti che si sono verificati (e che continuano a verificarsi) nella struttura delle popolazioni. In particolare, da diversi anni si sta assistendo in tutti i paesi ad un aumento della vita media, ma tale fenomeno è più marcato nei paesi industrializzati. Se osserviamo la situazione dell’Italia, possiamo vedere come sia di molto trasformata la struttura della popolazione nel corso degli ultimi 100 anni: ad inizio 1900 la vita media per un italiano si attestava intorno ai 50 anni, mentre ora la situazione è enormemente cambiata con una vita media di 77,4 e 83,3 anni, rispettivamente per gli uomini e per le donne. Tutto ciò rende ragione della struttura della nostra popolazione, raffigurata dalla piramide delle età che mostra l’attuale distribuzione della popolazione italiana per fasce di età (Figura 5).

Tale aspettativa di vita è ulteriormente destinata a modificarsi per giungere nel 2050, secondo le previsioni ISTAT, a 83,6 anni per gli uomini e 88,8 anni per le donne; di conseguenza si osserverà un cambiamento nella struttura della popolazione che sarà sempre di più caratterizzata da una forte presenza di fasce di età più elevate (anziane) a fronte di una bassa natalità (Figura 6).
Con l’allungarsi della vita media sono risultate maggiormente evidenti le patologie più tipiche delle età più avanzate (tumori, malattie cardiovascolari, broncopneumopatie croniche ostruttive, …), patologie che hanno un periodo di latenza più lungo rispetto alle malattie infettive e che, oltre ad essere legate ai diversi fattori ambientali, dipendono molto dalle abitudini personali: alimentazione, tabagismo, abuso di alcol, sedentarietà, ecc. (la presenza di due o più di tali fattori moltiplica il rischio di incorrere in una patologia cardiovascolare). Eppure, in Italia, come in molti altri paesi, sembra esserci una bassa percezione del rischio cardiovascolare unita ad una scarsa informazione circa i corretti comportamenti da seguire a scopo preventivo.

Tutto questo mostra l’importanza dello strumento informativo/formativo nel contrastare tali malattie: pertanto, come definito dal Piano sanitario nazionale, vanno promosse azioni di informazione e comunicazione sull’importanza dell’adozione di stili di vita sani, di una corretta alimentazione, della riduzione della pressione arteriosa, dell’abolizione del fumo, del controllo della glicemia, dei lipidi e del peso corporeo. Molti decessi ed infermità derivanti dalle malattie cardiovascolari (che causano un rilevante aggravio di spesa per il Sistema sanitario nazionale) potrebbero essere evitati attraverso semplici accorgimenti e misure preventive.
* Iolanda Grappasonni - Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute - Università di Camerino