www.leonardo.it
telemeditalia
Anno X - Edizione 11 - dicembre 2014
 

Archivio Edizioni

Certificati medici e privacy

Chiara Rabbito*

Il trattamento dei dati sanitari del lavoratore assente per malattia.
Come noto, il lavoratore, in caso di assenza dal lavoro per ragioni di salute, al fine di consentire al datore di lavoro di verificare le sue condizioni, deve fornirgli apposita documentazione di giustificazione dell’assenza, consistente in un certificato medico.
Il certificato è il documento più frequentemente redatto dal medico nel corso della sua attività, destinato alle più diverse finalità.
Date le responsabilità civili e penali connesse alla sua predisposizione, la redazione del certificato è per il medico un atto particolarmente impegnativo.
Si tratta di un documento scritto con il quale il medico dichiara conformi a verità i fatti di natura tecnica riscontrati nell’esercizio della sua professione.

Si è in presenza, quindi, di un’attestazione di verità, facente fede fino a prova contraria e avente rilevanza giuridica nei confronti dei terzi, che presuppone che i fatti costituenti l’oggetto della certificazione rientrino nella competenza tecnica del redigente e che siano stati personalmente accertati da quest’ultimo a causa e nell’esercizio delle sue funzioni mediche.

Sono pertanto da considerarsi gravi infrazioni le certificazioni cosiddette “di compiacenza”: esse, infatti, non sono il risultato di constatazioni dirette.

L’articolo 22 del Codice deontologico dispone che il medico non possa rifiutarsi di rilasciare direttamente al cittadino certificati relativi al suo stato di salute e che, inoltre, nel redigere certificazioni, debba valutare e attestare soltanto dati clinici che abbia direttamente constatato.

Il certificato deve contenere quali dati essenziali: nome e qualifica del certificante, generalità dell’interessato, oggetto della certificazione, data e luogo del rilascio, firma in calce.

Il contenuto del certificato si può comporre di una diagnosi e di una prognosi o solo dell’una o dell’altra.


Sotto il profilo della tutela della privacy del paziente, la richiesta del certificato sottintende già il consenso del paziente, tuttavia il medico dovrà certificare, in ottemperanza al prin-cipio del trattamento necessario, solo quanto è indispensabile rendere noto in base alla natura-le destinazione dell’atto stesso.

Per quanto concerne i certificati di malattia per assenza dal lavoro, si tratta di certificati che vengono rilasciati dal Medico di Medicina Generale.

L’art. 2 del decreto legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito in legge, con modi-fiche, dall'art. 2 della legge 29 febbraio 1980, n. 33 e successivamente modificato dall’art. 15 della legge 23 aprile 1981, n. 155, nella sua ultima versione stabiliva che, nei casi di infermità comportante incapacità lavorativa, il medico curante redigesse “in duplice copia” e consegnasse “al lavoratore il certificato di diagnosi e l'attestazione sull'inizio e la durata presunta della malattia secondo gli esemplari definiti nella convenzione nazionale unica per la disciplina normativa e il trattamento economico dei medici generici e pediatri stipulata ai sensi dell'arti-colo 9 della legge 29 giugno 1977, n. 349, e successive modificazioni e integrazioni”.

Lo stesso articolo prevedeva: “Il lavoratore è tenuto, entro due giorni dal relativo rilascio, a recapitare o a trasmettere, a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, il certificato e l'attestazione di cui al primo comma, rispettivamente, all'Istituto nazionale della previdenza sociale, o alla struttura pubblica indicata dallo stesso Istituto d'intesa con la Regione, e al datore di lavoro”.

Il citato articolo è stato tuttavia di recente modificato dal comma 149 dell'art. 1 leg-ge 30 dicembre 2004, n. 311 (si tratta della Legge Finanziaria 2005), tuttora vigente, il quale recita:
“A decorrere dal 1º giugno 2005, nei casi di infermità comportante incapacità lavorativa, il medico curante trasmette all’INPS il certificato di diagnosi sull’inizio e sulla durata presunta della malattia per via telematica online, secondo le specifiche tecniche e le modalità procedurali determinate dall’INPS medesimo.

Il lavoratore è tenuto, entro due giorni dal relativo rilascio, a recapitare o a trasmettere, a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, l’attestazione della malattia, rilasciata dal medico curante, al datore di lavoro, salvo il caso in cui quest’ultimo richieda all’INPS la trasmissione in via telematica della suddetta attestazione, secondo modalità stabilite dallo stesso Istituto.

Con apposito decreto interministeriale dei Ministri del lavoro e delle politiche sociali, della salute, dell’economia e delle finanze e per l’innovazione e le tecnologie, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sono individuate le modalità tecniche, operative e di regolamentazione, al fine di consentire l’avvio della nuova procedura di trasmissione telematica online della certificazione di malattia all’INPS e di inoltro dell’attestazione di malattia dall’INPS al datore di lavoro, previsti dal primo e dal secondo comma del presente articolo”

Dalla interpretazione delle succitate norme si desume, quindi, una diversa natura e un differente contenuto dei documenti che il Medico di Medicina Generale è chiamato a produrre: il certificato contenente la diagnosi, destinato all’INPS, e l’attestazione contenente le sole informazioni relative all’inizio e alla durata presunta della malattia, da far avere al datore di lavoro.

In aggiunta a quanto sopra, l’articolo da ultimo citato prevede la trasmissione telematica del certificato dal Medico di Medicina Generale all’INPS e l’invio in cartaceo dell’attestazione da parte del lavoratore al datore di lavoro. Salvo che il datore di lavoro non preferisca direttamente farsi mandare l’attestazione per via telematica dall’INPS.

A quasi tre anni dalla sua introduzione, in mancanza dei previsti decreti attuativi, nulla è ancora operativo della trasmissione telematica online dei certificati di malattia INPS e tutto rimane come normato dalla precedente legislazione.

Quanto finora descritto è previsto per i rapporti di lavoro del settore privato.

Per quanto concerne il settore pubblico, come ribadito dal Garante della Privacy nella Deliberazione n. 23 del 14 giugno 2007, intitolata “Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico” pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 161 del 13 luglio 2007, il datore di lavoro pubblico è legittimato a conoscere i dati personali dei lavoratori riguardanti la capacità o l'incapacità al lavoro e la prognosi riscontrata, con esclusione di qualsiasi informazione attinente alla diagnosi.

Quanto sopra è espressamente previsto dall’art. 5 del decreto legge 12 settembre 1983, n. 463 convertito, con modifiche, nella legge 11 novembre 1983, n. 638 (Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria e per il contenimento della spesa pubblica, disposizioni per vari settori della Pubblica Amministrazione e proroga di taluni termini) e dall’art. 6, comma 3, del decreto ministeriale 15 luglio 1986.

In particolare, l’art. 6 comma 3 del citato decreto (intitolato: “Visite mediche di controllo”) prevede: “Al termine della visita, il medico consegna al lavoratore copia del referto di controllo, e entro il giorno successivo, trasmette alla sede dell’Istituto nazionale della previdenza sociale le altre tre copie destinate rispettivamente, la prima, senza indicazioni diagnostiche, al datore di lavoro o all’Istituto previdenziale che ha richiesto la visita, la seconda agli atti dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, la terza per la liquidazione delle spettanze al medico e per assicurare un flusso periodico di informazioni sullo sviluppo del servizio e sulle relative risultanze”.

Anche nel caso del dipendente pubblico, pertanto, la copia del documento rilasciato dal Medico di Medicina Generale e destinato al datore di lavoro non deve contenere indicazioni diagnostiche.

Il trattamento da questo punto di vista tra dipendente privato e dipendente pubblico risulta parificato.

La disciplina precedentemente vigente si basava sul combinato disposto dell’art. 68 del DPR 3 del 1957 e dell’art. 30 del DPR 686/1957.

Tale normativa prevedeva l’obbligo di far conoscere alla Pubblica Amministrazione la natura dell’infermità e la presumibile durata.

L’art. 68 stabiliva: “L'aspettativa per infermità è disposta, d'ufficio o a domanda, quando sia accertata, in base al giudizio di un medico scelto dall'amministrazione, l'esistenza di una malattia che impedisca temporaneamente la regolare prestazione del servizio”.

Mentre l’art. 30 del DPR 686/1957 prevedeva: “La domanda di collocamento in aspettativa per infermità deve essere presentata in via gerarchica all'autorità competente, ai sensi dell'art. 66 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, ad emettere il provvedimento e deve essere corredata da un certificato medico, nel quale devono essere specificate l'infermità e la presumibile durata di questa”.

La disciplina come sopra descritta è da considerarsi, come detto, abrogata e sostituita dal combinato disposto dell’art. 5 decreto legge 12 settembre 1983, n. 463 convertito, con modifiche, nella legge 11 novembre 1983, n. 638 e dell’art. 6, comma 3, decreto ministeriale 15 luglio 1986.

Quanto sopra è ribadito dalla Deliberazione del Garante privacy “Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico” del 14 giugno 2007 nella quale espressamente si legge:

“In linea generale, all'esito delle visite di controllo sullo stato di infermità - effettuate da medici dei servizi sanitari pubblici -, il datore di lavoro pubblico è legittimato a conoscere i dati personali dei lavoratori riguardanti la capacità o l'incapacità al lavoro e la prognosi riscontrata, con esclusione di qualsiasi informazione attinente alla diagnosi (in nota: Art. 5 d.l. 12 settembre 1983, n. 463 conv., con mod., in l. 11 novembre 1983, n. 638 e art. 6, comma 3, d.m. 15 luglio 1986)”.

Quindi, citando ancora il Garante: “In assenza di speciali disposizioni di natura normativa, che dispongano diversamente per specifiche figure professionali (per esempio il personale della Polizia di Stato, come da circolare art. 61 d.P.R. 28 ottobre 1985, n. 782), il datore di lavoro pubblico non è legittimato a raccogliere certificazioni mediche contenenti anche l'indicazione della diagnosi”.

In tal senso si vedano, in via esemplificativa: l’art. 17, comma 11, del Contratto collet-tivo nazionale del lavoro (di seguito Ccnl) relativo al personale del comparto scuola del 24 lu-glio 2003, già art. 49, lettera f) del Ccnl del 26 maggio 1999 e l’art. 23, comma 10, del Ccnl del 4 agosto 1995; l’art. 34, comma 9, del Ccnl del personale non dirigente del comparto Uni-versità, del 9 agosto 2000; l’art. 17, comma 10, del Ccnl relativo al personale del comparto delle istituzioni e degli enti di ricerca e sperimentazione del 21 febbraio 2002; l’art. 11, comma 11, del Ccnl relativo al personale del comparto delle istituzioni di alta formazione e specializza-zione artistica e musicale del 16 febbraio 2005.


(*) Avvocato e Dottore di ricerca presso CIRSFID - Centro Interdipartimentale di ricerca in Informatica giuridica e Diritto dell'informatica - Università degli Studi "Alma Mater Studiorum" di Bologna - Consulente SIT per i problemi della privacy.


Altri articoli, di particolare interesse per i medici di medicina generale, pubblicati:

Il trattamento informatico dei dati sanitari, nell'edizione di febbraio 2007
La cartella clinica elettronica ed i suoi vincoli giuridici (parte I), nell'edizione di maggio 2007
La cartella clinica elettronica ed i suoi vincoli giuridici (parte II), nell'edizione di giugno 2007
Utilizzo di dati sanitari: problematiche giuridiche, nell'edizione di settembre 2007
La privacy nell'associazionismo medico (parte I): nozioni generali, nell'edizione di ottobre 2007
La privacy nell'associazionismo medico (parte II): forme associative della medicina genera-le, nell'edizione di novembre 2007
La privacy nell'associazionismo medico (parte III): questioni controverse e possibili solu-zioni, nell'edizione di dicembre 2007

Redazione

TELEMEDITALIA - Giornale mensile on-line Direzione, Redazione, Amministrazione: via Clemente IX,8 – 00167 Roma Tel. e Fax : 06/6279225
www.telemeditalia.it

  • Editore:
    Raffaele Bernardini
    cell. 339/2383393
  • Direttore Editoriale: Francesco Amenta
  • Direttore Responsabile:
    Raffaele Bernardini
    cell. 339/2383393
  • Redattore Capo:
    Simone Ceccarelli
  • Redazioni in Milano ed in Parigi
Comitato di Direzione
Coordinamento Redazionale
  • Area Medica: Dott.ssa Valentina Lupi
  • Pagina Facebook: Antonella Ronzulli
  • Rapporti con le Istituzioni e con le Aziende:
    Raffaele Bernardini

Testata registrata presso il Trib. di Roma nr. 471/2006 del 13/12/2006 © 2009 Telemeditalia.it - All rights reserved.